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Con Hunter - Tshukudu game reserve

Namibia

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sabato 25 luglio 2015

Viaggiando nel mondo dei blog, riflessioni e conclusioni

Ho deciso di aprire un blog, l'ho deciso un paio d'anni fa, senza rendermi conto del "mondo" a cui mi stavo affacciando.
L'ho aperto con tanto entusiasmo, senza sapere che sarebbe stato un percorso difficile ed impegnativo.

immagine tratta del web























Credevo, nella mia ingenuità di principiante blogger, che bastasse scrivere emozioni, raccontare vicende vissute, non sapevo che tutto questo avesse tempi e costi.
Non sapevo che avere un blog significa dover:
contare le visite giornaliere, mensili, annuali
scrivere per pubblicare il più spesso possibile
essere onnipresente sui social
diventare pubblic relation di se stessi
fare "amicizia" con il numero maggiore possibile di altri blogger
organizzare i futuri viaggi cercando mete di cui sia stato scritto il meno possibile...
etc..etc..

immagine tratta del web
























Il blog che avevo in mente era un'altra cosa, ma mi sono fatta "trascinare" da tutto questo mio malgrado, e ci ho provato, ci ho creduto.
Ho imparato a fare cose che non sono propriamente nelle mie corde, tipo accedere al modello html
e andarlo a modificare,
Mi sono scervellata per ore per imparare a gestire il blog in modo un poco più professionale,
Ho passato intere serate a condividere e scambiare commenti su facebook per farmi conoscere,
Ho passato intere serate ignorando parole di mio marito seduto sulla poltrona di fianco perché "dovevo" essere presente sui social,
Ho passato interi sabati e domeniche a scrivere post per poter pubblicare spesso,
Mi sono levata tempo, tempo prezioso per me e per chi mi sta vicino.
Mi sono privata di momenti tutti miei come leggere un libro o farmi una passeggiata o starmene semplicemente senza far nulla per riposare mente e fisico.

immagine tratta del web



































Mi sono privata di momenti con le persone che amo, rifiutando una domenica a zonzo con mia sorella o una cena in famiglia perché dovevo seguire il blog.
E ora mi chiedo:
Tutto questo perché? Cosa è mai un blog?
Non è questo ciò che volevo e non mi piace quello che devo spendere per avere un seguito.
Quindi da oggi dico stop, mi riapproprio del mio tempo e del mio blog.
In realtà già da un paio di mesi ho levato il piede dall'acceleratore, in questo ultimo mese, poi, sono capitate cose che mi hanno riaperto gli occhi, che mi hanno riportato alla mia famiglia.
Non ho avuto tempo per il blog, non ho nemmeno avuto tempo di pensarci o di vedere se qualcuno se lo filava, le visite saranno crollate…e allora? Allora chi se ne frega.
Signori blogger, se qualcuno di voi ha avuto un pallido, pallidissimo timore che io potessi entrare nel circolo dei blogger “famosi”e fargli le scarpine…può mettersi l’anima in pace, non ci entrerò mai.
Non ho più intenzione di seguire queste assurde regole, vivo bene lo stesso, tornerò a scrivere per il piacere di farlo, esattamente come in questo momento sto scrivendo per puro sfogo.
Tornerò la Bea Travel Planner dei primi tempi





















Scriverò le mie emozioni in viaggio, se saranno utili a qualcuno bene, se non lo saranno avrò un diario da rileggere nei momenti in cui non potrò viaggiare. Lo leggeranno gli amici e la mia famiglia, lo leggerà mio marito e le mie amiche di chat che ogni volta si commuovono…pare che io sia brava a far lacrimare la gente!
Nel percorso di questi due anni ho anche conosciuto delle belle persone che mi seguono perché apprezzano la Bea per quello che è e perché trovano piacevole il mio modo di scrivere, sono questi i followers che danno soddisfazione, è questo il seguito che aspiro ad avere.
Non sparirò completamente, ma non vivrò nemmeno con l'ansia da post, continuerò a scrivere col cuore e a condividere quando avrò qualcosa da raccontare.
Grazie a chi mi ha seguito fino a qui e avrà ancora voglia di accompagnarmi in questa avventura, buona strada a chi non mi seguirà...



sabato 16 maggio 2015

Vietnam - La pagoda dei profumi

Vietnam - Fiume Rosso














Qualche tempo fa ho commentato un post di Deborah sul Vietnam, quell'articolo, le sue foto, hanno risvegliato vecchi ricordi e dal commento nasce questo...

"Ricordo le barche che scivolano silenziose lungo il fiume, ci fa compagnia il suono ritmico dei remi, di tanto in tanto incrociamo bambini che fanno il bagno e ci portiamo dietro l'eco delle loro spontanee risate...

Vietnam - Pagoda Profumi
















Vietnam - Bambini sul fiume Rosso























Ci troviamo nel delta del Fiume Rosso e circa sessanta chilometri a sud-ovest di Hanoi.
Questa magica escursione deve tutta la sua bellezza non tanto alla meta finale, quanto al percorso per raggiungerla.
Montagne calcaree ricoperte di fitta foresta s’innalzano verdissime dalle risaie allagate del delta e dai campi coltivati di alberi da frutta.
Lungo il percorso s’incontrano pescatori di gamberi di fiume che s’immergono per disporre le loro particolari nasse.

Vietnam - Pescatore di gamberi















Le barchette, alcune di legno, la maggior parte in metallo, partono dall'imbarcadero di My Duc, a condurle sono principalmente donne. Piccole, gracili, eleganti figure che ottengono questo faticosissimo lavoro perché hanno avuto un martire in famiglia. Mariti, figli, padri... persi in una lunga e devastante guerra che ha lasciato tanti lutti, e non essendoci lavoro per tutte, i turni vengono organizzati annualmente. Chi quell'anno non remerà si occuperà di un pezzetto di terreno dato dallo stato per coltivare frutta e verdura da rivendere.

Vietnam - Barche per la pagoda dei Profumi























La Pagoda dei Profumi si trova all'interno di una grotta alta oltre cinquanta metri ed è l'attrazione principale di un complesso di pagode e altari buddisti disseminati sul Monte Huong Tich ovvero la montagna delle Impronte Profumate.

Vietnam - Pagoda dei Profumi
























Il tragitto da My Duc al monte della Pagoda dura un'oretta ed è un susseguirsi d’immagini spettacolari. Quasi non si parla fra noi per il timore di rovinare l'atmosfera, una favola attraversa la mia mente, personaggi leggendari di draghi e principesse prendono forma nei miei pensieri mentre tutto intorno è silenzio.
Forza, venite con me, salite su questa barca e ascoltate, è lieve il rumore dei remi che aprono ferite nell'acqua del fiume che si rimarginano subito e non lasciano segno, lo sciabordio delle minuscole onde che si formano al nostro passaggio e si spengono contro lo scafo.

Vietnam - verso la Pagoda dei Profumi























Ai lati un mondo fatto di mille verdi, smeraldo per le risaie che sfuma in tonalità sempre più scure allontanandosi all'orizzonte e salendo sulle montagne.
Gli uccelli fanno soste lungo le sponde per bere e riposare e i bambini, quelli non mancano mai, giocano con le loro piccole barchette tuffandosi e risalendo a bordo.

Vietnam - bambini sul fiume























E si arriva al molo della Pagoda, dove si ritorna alla realtà e la favola si spezza! Il silenzio è rotto dalle voci di chi deve fare i conti con la sopravvivenza e ha creato un mini centro di bancherelle con tanto di ristorante, dove poi pranzeremo.
Da qui parte il sentiero che conduce al primo tempio, la "Pagoda che conduce al cielo", oltre questa il sentiero prosegue per altri due chilometri per raggiungere la più importante "Pagoda dei profumi", la salita è piuttosto ripida e faticosa e il caldo opprimente, così decidiamo di proseguire con la funivia, che rovina assai la poesia del luogo, ma risparmia il nostro affaticato fisico oltre a regalarci un bellissimo panorama dove tempietti e altari spuntano dai boschi di frangipani e altra rigogliosa vegetazione.

Vietnam - Montagna delle Impronte Profumate























L'atmosfera all'interno della grotta è carica di spiritualità e ritroviamo la pace e il silenzio.

Vietnam - Pagoda dei Profumi
Vietnam - Pagoda dei Profumi

































Interni della grotta dove si trova la Pagoda dei Profumi

Vietnam - Pagoda dei Profumi
























Ed è ormai tempo di ritornare...
Ricordo il caldo afoso che riesce a farti sudare persino sul dorso delle mani. La vista non riesce a spaziare oltre una certa distanza perché il calore crea un velo di foschia che acuisce la sensazione di fiaba e le montagne più lontane sono ombre che ti osservano di nascosto, poi, l’arrivo improvviso di un temporale, la gioia di lasciarsi inzuppare gli abiti da questo scroscio rinfrescante ora siamo noi bambini che giocano e come i pargoli ridevano sguaiatamente durante il bagno, ora siamo noi a lasciarci andare a grasse risate!
La nostra barcaiola ci riporta indietro mentre il temporale così com’è arrivato, veloce se ne va, lasciando alle sue spalle ancora più afa... ci riempiamo ancora gli occhi di tanto verde e tanta grazia, perché è questo che caratterizza gli scenari del Vietnam, un mondo elegante, delicato. Impossibile non pensare alla violenza della guerra, alla distruzione di tanto splendore… Ci voltiamo un'ultima volta chissà che non riusciamo a sorprendere qualche drago o una principessa che ci saluta da lontano...
Grazie Deborah, per aver fatto riaffiorare questo momento di viaggio...

Vietnam - Pagoda dei Profumi

















sabato 25 aprile 2015

Namaskar... bellissima Kathmandu

Bea e Sadhu























Nel 1992 sono stata in un paese bellissimo, con gente meravigliosa. Un piccolo paradiso in terra con edifici storici unici nel loro genere e così minuziosamente decorati da sembrare merletti... Le finestre in legno, delle case, capolavori di intagliatori di una bravura indescrivibile.

centro di Kathmandu























Oggi un fortissimo terremoto ha distrutto chissà quanti di questi capolavori e ucciso chissà quante di queste splendide miti genti!
Che grande dispiacere nel mio cuore, conosco la paura che si prova quando tutto ti si muove intorno e tu non sai cosa fare.
Svegliarsi nel cuore della notte con i boati che spezzano il silenzio e il letto che sembra indemoniato. Saltare in piedi e non riuscire a starci in piedi, cercare gli affetti, assicurarsi che stiano bene e realizzare che devi uscire... devi uscire di casa.
E noi abbiamo case e, case forti.

Nepal- momenti di vita























In Nepal, la maggior parte delle case è fatta con materiali poveri, non oso pensare alla devastazione, non ho il coraggio di guardare le fotografie che arrivano a testimoniare il disastro.
Certo sono passati tanti anni e io non sono più tornata, molte cose saranno cambiate, ma sono certa che ci siano ancora tantissime case uguali a quelle del '92
Voglio ricordarmela così, come la vidi allora, quando feci fatica a trovare una guida che mi aiutasse a capire dove andare, cosa vedere, come muovermi.
Voglio ricordare la Durbar Square e la Kumari che mi punta i suoi occhi addosso mentre passa sopra la folla seduta sul suo palanchino.

Nepal - Kathmandu























Il nostro accompagnatore, poco più che un bambino, ora sarà un uomo, guadagnava di più lui accompagnando in giro i turisti, che il padre che, se non ricordo male, lavorava in un ufficio.
Ci era stato consigliato da un volontario italiano che lo seguiva e gli insegnava la nostra lingua e l'inglese, l'intenzione era di farlo studiare perché diventasse un buon operatore turistico.
Chissà se ci è riuscito, il ragazzino era bravo e sveglio, ci siamo tanto raccomandati pure noi che continuasse a studiare.
Lui è uno dei tanti frammenti di viaggi che ogni tanto ritornano.
Lui che cammina dondolando la sporta del nostro lunchbox, che alla fine è diventato il pasto di chi ne aveva più bisogno.

Il nostro amico-guida























Lui che l'ultimo giorno, per ringraziarmi dei doni ricevuti, mi portò per ricordo il braccialetto di legno della sorellina, avendo capito la mia passione per i monili tradizionali.
Era così piccolo quel braccialetto che non lo avrei mai potuto mettere, ma è ancora nei miei portagioie!
E c'è il bimbo di Pashupatinath, ricordate?
Chissà che ne è di loro, si saranno fatti una famiglia, avranno una casa?
In tutti questi anni potrebbe essere successo di tutto, ma oggi viene spontaneo sperare che non gli sia mai successo nulla, che il bimbo abbia trovato un futuro migliore e che questo ragazzino sia diventato una brava guida professionista.

Kathamndu e dintorni























E che anche oggi, in questa giornata di devastazione, la fortuna abbia baciato loro la fronte salvandoli.
Chiedo scusa se questo non è il solito post di viaggio, ma ho sentito questo irrefrenabile bisogno di ricordare e di dirlo a qualcuno.

Già lo tsunami del 2004 aveva creato un senso d'angoscia al pensiero di cosa poteva essere successo a chi avevo conosciuto nello Sri Lanka durante questo stesso viaggio. Ma allora non avevo ancora il blog ed ora ho realizzato che scriverne è un modo per ricordarli per sempre indipendentemente da quello che ne è della loro vita.

per le strade di Kathamndu

























Se qualcuno volesse dare un aiuto, oltre alle varie associazioni che potete trovare in questa pagina Facebook, vi segnalo una piccola Onlus che opera in loco dal 2011, Human Traction (post aggiornato il giorno 26 aprile 2015)


martedì 17 marzo 2015

Robben Island - Rabbia e Commozione

carcere di Robben island























La prima volta che ho sentito parlare di Apartheid avevo più o meno sedici anni.
In quel periodo la segregazione razziale era finalmente superata in diversi stati africani ma sopravviveva in Sudafrica, dove l'ultimo primo ministro Botha, eletto nel 1984, si opponeva a un dialogo con l'ANC (partito di Mandela). Fu in questo periodo che, finalmente, il resto del mondo prese posizione contro il regime attuando pressioni mediatiche e sanzioni economiche.
I telegiornali mandavano in onda le immagini delle sommosse di Soweto ed io cominciavo a guardare oltre il mio piccolo mondo indignandomi per ciò che vedevo. Una persona di mia conoscenza, tornato da un viaggio in Sudafrica, mi raccontava di strade divise a metà, un marciapiede destinato ai bianchi, e uno destinato ai neri, nel tempo leggendo e informandomi ho scoperto le tante assurdità di questo regime. Pura follia... il divieto, pena la reclusione, di formare coppie miste, genitori che lasciavano morire i propri figli per non farli soccorrere da infermieri di colore, bambini bianchi che se abbronzati non potevano sedere negli scompartimenti ferroviari dei bianchi fino a quando non veniva appurato che erano davvero bianchi...
Lo sapete vero che il primo trapianto di cuore è stato fatto in Sudafrica a Cape Town? Beh, pare che sia slittato perché il professor Barnard aveva a disposizione solo un cuore di donatore nero! 
Nel frattempo l'apartheid che inizialmente coinvolgeva tutti i non bianchi, lentamente aveva aperto uno spiraglio alle etnie non nere e qualcosa stava cambiando. Ma mentre lentamente cambiava per indiani, cinesi, malesi etc... per la gente "nera" se possibile peggiorava!
Imparai chi era Nelson Mandela e mi appassionai alla sua storia, nel 1990 leggo il primo libro su di lui "Nelson Mandela di Jean Guiloineau".
























Potete ben capire che per me visitare Robben island è più di un’escursione, è quasi un pellegrinaggio.
Non potevo non andare, non potevo non vedere con i miei occhi questo luogo frutto della cattiveria umana, della negazione ai diritti di vivere che tutti hanno.
Ho comprato i biglietti con largo anticipo per essere sicura di trovare posto, fine anno coincide con le vacanze estive dei sudafricani di conseguenza i biglietti finiscono in fretta, il sito Webtickets è il modo più semplice e comodo per acquistarli.
E' stato un piacere vedere in quanti vanno a visitare l'isola, tantissima la gente di colore, meno numerosi i bianchi. Peccato, avrei voluto vederne di più, ma ho saputo che organizzano visite scolastiche e questa è una buona cosa per un paese che non deve dimenticare e deve imparare a vivere nell’uguaglianza.
Il tour parte dal Nelson Mandela Gateway che si trova a Waterfront esattamente vicino alla clock tower, si può scegliere fra catamarano veloce o le barche originali che erano utilizzate per il trasporto dei prigionieri, io ho scelto una di queste.

Robben island -barca prigionieri























La traversata dura circa un’ora e il panorama di Cape Town visto dal mare è spettacolare, a mano a mano che ci avviciniamo all'isola, la mia testa ricorda tutto ciò che ha letto in merito ad apartheid, Mandela, isola e immancabilmente mi prende tristezza.

verso Robben island

















All'arrivo al molo ci accoglie una guida un po' troppo scherzosa per i miei gusti, io mi sento quasi in pellegrinaggio e trovo certe battute fuori luogo, così mi siedo sul bus che ci porta a fare il giro dell'isola carcere e guardo fuori del finestrino usando ciò che vedo per dar vita nella mia mente a ciò che ho letto. Il giro dura circa quarantacinque minuti e percorre tutto il campo passando davanti al cimitero, alla chiesa, alle celle d'isolamento al campo di lavoro, si ferma per una sosta a un baretto con panorama della baia... in lontananza la città, lo stop finale alle prigioni, dove si scende e si viene presi in "consegna" da una nuova guida che accompagna nella visita interna.

panorama su Robben island
























Questa è la parte più coinvolgente.
La nostra guida si chiama Itumeleng Makwela, è un ex detenuto politico dell'isola, arrestato nel 1982 al confine fra Botswana e Sudafrica perché attivista dell'ala militare dell’ANC; dopo essere stato torturato e sottoposto a una finta esecuzione sulla sedia elettrica, resterà in questo carcere dal 1983 al 1990.
E' lui che ci spiega come funzionava il carcere, le differenze di trattamento fra le varie razze dove i neri e soprattutto gli attivisti politici erano gli ultimi della scala. La prigione era divisa in sezioni, i prigionieri dormivano in camerate direttamente sul pavimento, solo dal 1980 vengono inserite delle brande tipo letti a castello.

carcere di Robben island - camerata























Lui che ancora parla di Mandela con riverenza, definendolo "il nostro leader" pur essendone stato compagno di prigionia per la stessa causa, ci accompagna fra i vari edifici fino ad arrivare alla tristemente famosa sezione B, di cui dice:
-questa è la sezione dei nostri leader, tutti i leader erano considerati molto pericolosi, di conseguenza non era permesso a nessuno di avvicinarsi a questa sezione, se ti avvicinavi, venivi punito.
Nella sezione B i detenuti non avevano camerate ma singole celle è qui che si trova la cella dove Mandela ha passato diciotto anni della sua vita.

Mandela - 18 anni in questa cella
































interno cella Mandela























Itumeleng Makwela parla poco di se, il racconto è di tutti, regole, frammenti di vita quotidiana, conquiste, tutto ciò di cui parla è espresso al plurale, solo una frase gli scappa al singolare, quando ci racconta delle celle d’isolamento:
- Non è bello stare in isolamento perché si è soli in una cella buia e non puoi parlare con nessuno, un solo pasto il giorno e pessimo.
Tornando subito al plurale:
- Alcuni prigionieri quando uscivano dall'isolamento erano molto malati e la luce improvvisa dopo i lunghi periodi di buio poteva accecarli.
Quanta rabbia mi sale mentre quest’uomo parla e mi vergogno perché in lui rabbia e rancore non esistono o almeno non traspaiono, solo il tono di voce più forte, più alto sottolinea alcuni frangenti, alcuni concetti. Esattamente come ha insegnato il suo leader, ha fatto tesoro di ciò che ha vissuto per trasmettere agli altri, per perdonare e provare a creare un Sudafrica migliore.
Non vi racconterò di più perché Robben island, va vista, va in qualche modo "vissuta”.

Cava lavori forzati dove lavorava Mandela
Cava dove lavorava Mandela























Fax simile schedario detenuti
Robben island - scheda detenuti























Mentre usciamo dalla sezione B, mi attardo nel corridoio ormai vuoto.

Robben island corridoio sezione B























Tutti gli altri già vanno verso il molo, siamo solo Andrea ed io, lui scatta le ultime foto mentre io commossa mi dirigo verso Itumeleng per stringergli la mano. Sono la solita frignona e con una lacrima che è di tristezza, ma anche di ammirazione gli chiedo di scrivermi il suo nome e le date della prigionia, Andrea ci raggiunge e lui ci chiede da dove veniamo.
Ringraziandolo gli diciamo che siamo italiani, onorati di averlo conosciuto e che, per quel poco che può valere, parlerò di lui sul mio blog.

Itumeleng Masekela
Itumeleng Masekela - ex detenuto politico







lunedì 2 febbraio 2015

Pensieri fra le nuvole - come ti "analizzo" il mondo aeroporto

In volo























28-12-2014 - verso Cape Town
Chi mi segue sui social sa bene come inizia questo viaggio.
Dopo un autunno che è stato più una primavera inoltrata, l'inverno ha deciso di arrivare proprio oggi e alla grande!
Ore 09.00 a Ferrara nevica di brutto, in mezz'ora le strade son già completamente bianche e scivolosette, sarà il caso di partire prima per l'aeroporto.

Partenza


























Per fortuna le autostrade sono libere e arriviamo a Venezia senza problemi, anzi; ci accoglie un bellissimo e splendido sole, speriamo sia di buon auspicio.

Adoro gli aeroporti e quel loro essere sempre fuori dal mondo, una dimensione sospesa fra il di qua e il di là.
Di qua le file: del parcheggio, del check-in, la confusione delle persone che stanno qui solo per salutare chi va di là e non si sa per quale arcano motivo sono sempre dove non devono essere, ossia, in mezzo ai piedi.
Di nuovo la fila, ora è quella dei controlli, quella dove c'è sempre qualcuno che sclera perché gli fanno togliere le scarpe.

E arrivi finalmente di là, dove tutto è ovattato, avete mai fatto caso alla percezione dei suoni nella zona transito degli aeroporti, non che non ci sia confusione, tutt'altro, ma stranamente il rumore non disturba come in esterno.

Aeroporto Doha

























Aeroporto Doha

























E' di là che si apre il mondo dei viaggiatori, dove gli "addobbi" personali danno il meglio di sé, altro che sfilate di moda. Perché se normalmente tutti quanti ci "vestiamo", per viaggiare ci "addobbiamo" chi più chi meno ma fatto sta che non ci vestiamo normalmente.

Ci sono quelli come Andrea che si trasforma in un misto fra militare in licenza e reporter d'assalto, e quelli come me, che sembrano dei disperati, buttati su...l'importante è stare comodi.
Io poi, che ho l'abitudine di mettere abiti vecchi che lascio in giro, oggi mi sono accorta che il mio bellissimo felpino con paillettes è macchiato in più punti, devo essere proprio carina!!!
Ci sono gli eccentrici; per esempio la coppia curiosa incrociata al self service, età indecifrabile, ma di certo più di 70 anni, fermi come look agli anni...indovinate...'70. Avete presente la gente del jet set, dell'arte, della moda di quel periodo?
Entrambe hanno giacca di pelliccia (foca? marmotta?) e foulard al collo, occhiali da sole dalla forma squadrata e vagamente optical e cappellino di vernice nera per la signora.
Fan-ta-sti-ci, giurerei che erano amici di Andy Warhol.

Non è finita qui, lo sapete vero che c'è il tipo fighetto, quello che deve assolutamente far veder al mondo intero che E' alla moda (ma che te frega penso io, qui conosci nessuno, rilassati)
Nooooo, ma stai scherzando, qui c'è un sacco di gente, quando mai mi ricapita di avere tanto pubblico con cui sfoggiare.
E così vedi il classico 40enne firmato da capo a piedi, scarpa lucidata per l'occasione, anche se è una tennis, ops...scusate una sneakers, pantalone perfetto, pure il jeans viene stirato, ovviamente avrà una polo o una camicia e sopra il classico pullover con scollo a V o una felpa tecnica Napapiri (si potrà scrivere o è pubblicità?).
Lo accompagna una signora/ina con piega perfetta (è andata ieri) che, se è furba, sfoggia snackers alla moda anche lei, se invece proprio nun iè a fà, avrà uno stivale con tacco 12 anche se la destinazione è Malindi con 30°.

Senza contare quelli che partono con le infradito anche se ci sono 10 gradi sotto zero e per rimediare girano con i calzini e la copertina dell'aereo e quelli che tornano con pantaloncino e maglietta per far vedere l'abbronzatura,

Transito Hong Kong


























E arriviamo alla fila  del controllo passaporti, noi siamo arrivati giusti giusti per l'imbarco, ci sono 2 sportelli aperti su 5 e una lunga coda. Cerchiamo di capire la priorità di chi deve passare. Generalmente e con logica ha la precedenza chi parte per primo, quindi noi che abbiamo l'imbarco fra poco, siamo fra quelli, e invece NO, fantastico incontro...!
Il signore che ha all'attivo 2000 voli e sa fare a viaggiare lui...deve assolutamente passare, ha l'imbarco alle 20.00, sono le 14.15... la sua teoria è che passa chi arriva per primo, come in posta.
La cosa incredibile è che a Venezia il controllo passaporti è per un piccolo numero di gate e di là non c'è nulla, quindi ci domandiamo cosa farà 6 ore in un posto senza nemmeno un distributore d'acqua!

Finalmente ci accomodiamo sull'aereo, io come sempre sono a lato corridoio se la fila è da due o in mezzo se la fila è da tre posti, di finestrino non se ne parla, quello è di Andrea, solo una volta mi è stato gentilmente concesso, al mio primo volo!

terminal Hong Kong

Questa è una fila da 3, fino all'ultimo spero che il posto corridoio resti libero per stare più comodi, ma poco prima della chiusura dell'imbarco arriva il vicino, un bel ragazzo indiano.
Peccato che per 5 ore non faccia che tirare su col naso!!!
Meno male che al rientro il volo da Cape Town a Doha è quasi vuoto e riusciamo a "cuccarci" una fila a testa, meglio che una business che ne dite?
Ma, detto fra noi? Voi come vi addobbate?
Have a nice flight!!!

Da Cape Town a Doha



domenica 5 ottobre 2014

Frammenti di viaggi - Riflessioni e Ricordi

Un po' di tempo fa, rispondendo come Guida per caso del Sudafrica nel sito Turisti per Caso ad una persona che chiedeva come poter fare per lasciare indumenti ai più poveri, mi sono tornati alla mente alcuni pezzetti dei viaggi passati.
I primi ricordi sono legati appunto a situazioni in cui mi sono trovata a "donare" qualcosa, ma, come sempre, quando si ritorna con la mente ai viaggi fatti, i flash si susseguono velocemente e così è nato un potpourri di immagini e di volti; da qui nasce l'idea di raccontare degli episodi, a volte belli, a volte commoventi, altre volte comici oppure non proprio simpatici.
Unico filo conduttore è che sono "Frammenti di viaggi"

Pashupatinath, Nepal 1992 -
Sarà che era il primo viaggio e che la meta è stata davvero tosta, di ricordi ce ne sono un'infinità, ma non potrò mai dimenticare un bimbetto che non ho avuto il coraggio di fotografare. Come tanti girava solo per la strada, avrà avuto 4 anni ed era mezzo nudo, ovviamente sporco e affamato. Ho perso il conto di quante volte ho pianto per il senso di impotenza che provavo ad ogni angolo, ad ogni sguardo che incrociavo, ed erano, e sono tanti gli sguardi che ancora incrocio nei miei viaggi perché è più forte di me, l'indifferenza non è parte del mio essere e ho imparato che sostenere certi sguardi con un sorriso a volte, anche se è niente, è comunque qualcosa. E' un prestare attenzione a chi è abituato ad essere ignorato, e non è vero che non serve a nulla  quando ti accorgi che la persona a cui hai sorriso cammina con la testa più dritta, è donargli dignità e anche questo serve!
Ecco, come sempre, quando si ricorda non si riesce a seguire un filo conduttore, la mente riflette e così si perde...
Il bimbo dicevo, camminava solo e faceva l'elemosina, forse non l'avrei nemmeno notato fra la moltitudine di mendicanti se non si fosse avvicinato e di certo non mi ricorderei di lui se non avesse fatto una cosa che al momento mi era sembrata molto strana ma che poi, ho capito essere la normalissima curiosità di bambino. Avevo aperto un fazzoletto di carta per pulire gli occhiali, il bimbo mi si era avvicinato per vedere cosa fosse, mi sono abbassata e d'istinto ne ho preso uno nuovo e gliel'ho dato. Per me era una cosa senza molto senso, cosa poteva farci un affamato bisognoso di tutto di un cavolo di pezzo di carta!!!
Ma un bambino è un bambino in qualsiasi situazione e lui in quel momento non pensava alla fame ma a quella cosa strana che per noi era un oggetto usa e getta e che per lui è diventato una coccola. E ancora, e sono passati 22 anni, mi commuovo e piango a rivedere che si porta il fazzoletto alla guancia e lo strofina per godere della morbidezza...chiudeva gli occhi e si dondolava...
In un attimo, una normalità nei paesi bisognosi di tutto, è arrivata una moltitudine di bambini a vedere cosa teneva tra le mani. Ho dovuto regalare fazzolettini a go go per evitare che glielo prendessero e per fortuna che avevo diversi pacchetti con me!

Baliguda, stato dell'Orissa, India 2005 -
Ho un'amica a Baliguda, non ci siamo mai presentate, non ci siamo dette nulla, la nostra amicizia è fatta di sguardi e di sorrisi, di vicinanza empatica, si è consumata nel breve tempo di un giorno ma è stata intensa e a noi basta.
Arriviamo a Baliguda dopo diverse ore di viaggio sotto un forte monsone estivo. Sono giorni che non smette di piovere, l'intermittenza di pioggerellina e acquazzoni sta inondando le campagne e mettendo a dura prova i villaggi. Ma l'acqua è vita e in India lo sanno bene.

The village of my friend

























Il nostro alloggio è decisamente fatiscente, ma il paese in questione non offre nulla di più. Ci troviamo qui per visitare i villaggi tribali della zona anche se sarà un'ardua impresa visto le condizioni climatiche. Speriamo in una tregua domani. La sosta prevista è di due notti, ma i nostri compagni di viaggio non se la sentono proprio di restare due notti nella stanza ammuffita dell'albergo e non possiamo dargli torto; venisse almeno fuori il sole le cose potrebbero prendere un altro aspetto, ma così è davvero deprimente. Mentre loro discutono telefonicamente con l'agenzia di riferimento sul da farsi, io mi perdo...come sempre...nel presente che mi circonda. Tutto sommato io qui ci sono di passaggio, una notte, due, non fa molta differenza, fra due giorni sarò in un bel resort con piscina e tutto questo resterà un piccolo frammento di viaggio. Ma chi vive qui, la tregua non la troverà mai e quello che mi circonda è veramente povero e misero. Decido di passare il tempo che ci separa da cena facendomi fare il mehndi alle mani dalle figlie del proprietario, le ho viste mentre se lo stavano facendo fra di loro e chiedo se posso "partecipare" pure io.
Il tempo scorre pigro nel caldo umido del monsone indiano, pochi rumori e mosche che ronzano fastidiosamente intorno, poi voci concitate rompono l'apatico silenzio.
Incuriositi cerchiamo di capire cosa succede, una donna chiede aiuto al proprietario dell'albergo che, pare essere la persona più importante del paese; come sempre i più ricchi sono anche i più influenti.
Quanto potrà mai essere ricco il proprietario di una specie di albergo come questo non è dato saperlo, ma resta il fatto che è così.
La donna non trova più il figlio di 9/10 anni, è scappato per paura della polizia.
Passando in bicicletta sulla strada, ha urtato un anziano a piedi che è caduto e l'ha creduto morto o è morto, non riusciamo a capire bene, anche il nostro traduttore ha delle difficoltà a capire il dialetto locale. In realtà il ragazzino non ha nessuna colpa, chi ha visto dice che non l'ha nemmeno urtato ma che è l'anziano che cadendo a toccato la bicicletta, ma fatto sta che il bambino si è così spaventato dell'accaduto che è scappato pensando di dover andare in prigione. In effetti la polizia in questi paesi è così corrotta che per arrotondare lo stipendio farebbe qualsiasi cosa, anche mettere in prigione un bambino per poi spillare denaro alla famiglia per liberarlo.
Ma questa famiglia è poverissima e non potrebbe permetterselo, così la mamma è corsa a chiedere aiuto all'albergatore, e io mi chiedo, cosa le chiederà lui in cambio? Qui nulla è dato gratis!
Mi siedo su una panca nel cortile a guardare e studiare la faccenda in silenzio e dispiaciuta, cercando di capire se noi stranieri possiamo in qualche modo aiutare.
E' così che i miei occhi incontrano quelli della povera mamma e lei, senza dire nulla, mi si viene a sedere di fianco. Le hanno detto di aspettare mentre mandano qualcuno a cercare il bambino.

My friend























E così diventiamo amiche, nel silenzio dell'attesa lei mi si fa sempre più vicina, ogni tanto mi guarda come se volesse farmi capire che sente la mia empatia, ha una mano appoggiata alla coscia e d'istinto la prendo fra le mie, voglio trasmetterle amore, solidarietà, queste donne ne ricevono così poco.
Restiamo così, ogni tanto uno sguardo ed uno timido sorriso, in attesa.
Il buio arriva in fretta ai tropici e del bambino nessuna traccia, lei deve andare a casa ha altri figli ed un marito che deve accudire. Ci salutiamo sapendo che non ci rivedremo più, ma con la certezza che siamo amiche anche senza dirci nulla.
Il mattino ci regala una tregua dalla pioggia, chiedo se si sa qualcosa del bambino, mi sento come se lasciassi un sospeso ad andarmene senza sapere nulla. Pare che nessuno ancora abbia notizie certe.
Ma la vita è bella perché ci dona momenti di grande gioia inaspettati.
Prima di partire per la nuova destinazione, la nostra guida ci informa di aver organizzato la visita ad un villaggio vicino dove vedremo come vivono e come vengono forgiati gli oggetti dell'artigianato locale; piccoli suppellettili di ottone davvero belli e particolari nella tecnica di realizzazione.

friend with baby

























Lì ritrovo la mia amica, mi viene incontro con un bebè e me lo piazza in braccio con un enorme sorriso gioioso. Il figlio è tornato a casa, sta bene e non gli succederà nulla. Restiamo nel minuscolo villaggio, formato da poche famiglie, per un paio d'ore, acquistando statuette e regalando vestiti. Gli uomini improvvisano un concerto di percussioni solo per noi e ci mostrano come nascono le bellissime statuette che abbiamo acquistato. Io sempre con il bebè in braccio, la mia amica sempre di fianco, felice di mostrarmi la sua famiglia.
Tamburi al villaggio

























E' arrivato il momento dei saluti, questa volta sono per sempre, lei mi allunga una mano chiusa a pugno e pone nelle mie un piccolo oggetto, è un anellino di ottone, è un ricordo e per me ha un valore inestimabile.
Ho un'amica a Baliguda.